Dove sono finito?
Una festa in mezzo a un trasloco emotivo.
Non è solo una domanda che riguarda questi quattro mesi in cui non ho scritto.
È la domanda che a un certo punto mi ha rimesso con i piedi per terra, mentre tutto intorno continuava a muoversi senza chiedermi troppo il permesso.
Nel giro di pochi mesi è nata mia figlia.
Ho svuotato la casa in cui sono cresciuto.
Ho deciso di vendere la prima casa che ho comprato.
Ho iniziato a immaginarne un’altra, diversa, con coordinate nuove.
E mentre succedeva tutto questo, la vita ha continuato a pretendere una certa normalità. Sul lavoro, nella coppia, nelle piccole cose di tutti i giorni.
A un certo punto ho avuto la sensazione di vivere dentro un trasloco permanente.
Non solo fisico.
Come se stessi spostando parti di me da una stanza all’altra senza sapere ancora bene dove metterle.
Un giorno ti senti indispensabile.
Il giorno dopo scopri che puoi essere completamente inutile.
Negli occhi di tua figlia c’è un amore che ti rende enorme.
Nel suo pianto c’è una verità che ti ridimensiona senza pietà.
Capisci quanto cambia tutto non quando nasce un figlio.
Ma quando accetti di non poter controllare tutto.
Salutare la casa in cui sono cresciuto è stata il primo vero scossone.
Quando gli spazi sono grandi si accumulano cose. Oggetti, ricordi, versioni precedenti di te. Svuotarla è stato molto più nostalgico di quanto avrei immaginato. Faticoso. A tratti straniante. Come se stessi facendo ordine in una storia che avevo sempre considerato presente, mentre scoprivo che non lo era affatto.
Poi c’è stata la casa di Roma. La prima che ho comprato. Quella che per anni ha rappresentato l’idea di autonomia, di costruzione, di futuro.
Decidere di metterla in vendita proprio in questi mesi ha avuto qualcosa di simbolico, anche se me ne sono reso conto solo dopo.
E poi la casa di Milano.
Quella che ci ha accolti negli ultimi anni, che ha visto i tentativi di diventare genitori, la fatica, l’attesa, la gioia quando abbiamo scoperto che Nina stava arrivando.
Anche queste mura, improvvisamente, stanno per smettere di essere una destinazione per diventare una tappa.
Nel mezzo, noi.
Che nel frattempo abbiamo iniziato anche un percorso di terapia di coppia. Non per aggiustare qualcosa, ma per capire come abitare meglio quello che sta cambiando.
È una cosa piccola e enorme insieme.
E per ora basta così.
Diventare padre non succede in un momento preciso.
Non c’è un prima e un dopo così netto come ci raccontiamo.
Succede mentre tutto il resto si muove. Agita. Scalcia.
Negli equilibri della coppia. Nel modo in cui guardi il tempo. Nella sensazione sottile che la vita che avevi imparato a definire non basti più a spiegare quella che stai vivendo.
E mentre sentivo il bisogno di tornare a scrivere qui, mi rendevo conto che il dubbio aveva iniziato a toccare anche qualcosa che per mesi mi aveva aiutato a mettere ordine.
Babboh è sempre stato un modo per dare forma a ciò che avevo in testa e non trovavo altrove.
Negli ultimi mesi, invece, avevo la sensazione che le cose stessero accadendo più velocemente della mia capacità di raccontarle.
Per un attimo ho avuto paura che Babboh diventasse qualcos’altro.
Più semplice da scrivere. Ma anche più banale da leggere.
Mi sono spaventato all’idea di ritrovarmi a scrivere una specie di guida pratica per padri contemporanei, fatta di consigli, dritte, piccoli trucchi per sopravvivere alle notti in bianco o ai pannolini sbagliati. Come se ognuno di noi non avesse una storia diversa, dinamiche proprie, necessità uniche.
Perché Babboh non è mai stato pensato come un libretto di istruzioni.
È sempre stato più simile a una palla da biliardo numero otto di quelle che si scuotono e che ti restituiscono, si spera, una risposta illuminante nel piccolo oblò1.
Non sempre arriva.
Ma il gesto di scuoterla, quello sì, ha sempre aiutato.
Oggi è la festa del papà.
Per me è sempre stata una ricorrenza un po’ fuori fuoco. Non ho mai avuto un’unica immagine chiara a cui agganciarmi. La parola padre, nella mia storia, ha avuto forme diverse, a volte frammentate, a volte lontane da quella narrazione lineare che spesso diamo per scontata.
Forse anche per questo diventarlo non mi sembra una tappa raggiunta, ma una costruzione in corso.
Nel frattempo, mentre cercavo di capire dove fossi finito, il mondo continuava a parlare di padri.
Il congedo parentale è finito sulle prime pagine dei giornali. Il ruolo degli uomini nella cura, nella coppia, nel lavoro è tornato al centro del dibattito. Temi che mi hanno attraversato, ma che in quei mesi correvano più veloci delle parole.
Non è che non ci fossero cose da dire.
È che stavo provando a capire come dirle.
Insomma, in questi primi quattro mesi di Nina forse mi sono perso.
E finalmente mi sono chiesto dove fossi finito.
Ho capito che il punto non è raccontare cosa succede quando nasce un figlio.
È tornare alle origini: provare a capire cosa succede a un uomo mentre tutto il resto cambia.
Questo spazio non tornerà a essere quello che era.
Perché io non sono più quello di prima.
E forse è proprio da qui che ha senso ripartire.
Non da una risposta. Da una stagione nuova.
Gli scatoloni sono ancora ovunque.
Ma almeno adesso li sto aprendo.

